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Dissertazione sopra Blade Runner 2049

Amici del Nabikiblòb, sono anni che proviamo ad avvalerci della collaborazione di colui che sto per presentarvi.

Ci abbiamo provato in tutti i modi e in tutti i laghi a tentarlo con filmacci di pessimo livello, canzoni al limite della demenza senile, cassetti e cassonetti della memoria, trashume a pallettoni, infinite maratone sanremesi e orrendi premi messi in palio. Tutto questo, inutile dirlo, non ha mai funzionato e oramai io, il Socio e La Giulia eravamo più che rassegnati al fatto di non avere una rubrica dedicata al cinema scritta in maniera decente (ossia non da me!)

Ci voleva l’uscita nelle sale di un sequel di cui non se ne sentiva il bisogno? probabile! bandiamo i broccolamenti come sempre, Il Faust ha scritto per noi la recinZione di Blade Runner 2049 e con la speranza che non sia un caso isolato, diamogli il benvenuto su questi schermi…

 

Post scritto da Il Faust

Può accadere che in tutti i cinematografi delle terre emerse esca una robina chiamata “Blade Runner 2049”, che nel titolo include la data entro cui decidere se sciropparsi o meno il lavoro di quello sceneggiatore e di quel regista, oggi in veste di produttore esecutivo, che decisero di divulgare le visioni e le cogitationes etico-esistenziali dello scrittore FilippoKappaKazzo più o meno 36 anni orsono. L’uomo della strada potrebbe sospettare che il sottoscritto non abbia gradito del tutto la visione di questo disarmante sequellone postcelluloide, nostalgico e ruffiano al punto da far gridare al miracolo tanto i gaudenti critici di Famiglia Cristiana, quanto certi sbarbatelli che nel 1982 erano nulla più di frammenti di codice genetico che alla Tyrell Corporation sarebbero finiti negli scarti.

Ebbene: l’uomo della strada ha sempre ragione.

C’è una trama, oh yes, che non mi preme svelare dal momento che la si può consultare sull’enciclopedia libera, e dieci a uno che richiederanno il giusto obolo per mantenerla libera, oltre che per il superspoiler.

Mi limito ad esternare le mie non richieste considerazioni, si tenga tuttavia presente che per giungere alla trama in questione ci sono voluti più di trent’anni.

I miei sarcastici rispetti.

Siamo sempre a Los Angeles ma non c’è un concerto dei Doors nemmeno a pagarlo oro, dunque per calarci in un poetico clima di decadentismo dobbiamo farci bastare le atmosfere e la carestia di idee. La prostituzione virtuale ha raggiunto livelli di realismo in grado di assecondare con successo le fantasie tossiche dell’uomo semicibernetico di fine anni ‘040, ed il vantaggio da non sottovalutare di quest’epoca non troppo lontana è che finalmente tutti la smetteranno di cincischiare su quanto una figona sia botoxata, siringata, siliconata. Quando va bene c’è più silicio che silicone, per chi invece si accontenta, trattasi di ologrammi semisenzienti specializzati in cambi d’abito istantanei che manco arturobrachetti e la cui ipotetica camera armadio delle dimensioni stimate dell’Ermitage sarebbe il paradiso in Terra per enzomiccio.

Non esistono social, d’altronde cazzo se ne farebbero? Un’apocalisse già basta e avanza. Ma la Coca-Cola Company e la Sony Corporation auspicano un ulteriore quarantennio di lauti profitti campeggiando nei megaledwall del futuro come se CI fosse un domani.

E come spottone hi-budget ‘sta roba funziona di brutto, facile immaginare quale sia la bibita più gettonata nei distributori automatici delle colonie extramondo, non foss’altro perché la caffeina in essa contenuta tende ad arginare il fenomeno del letargo, augurabilmente anche in sala di proiezione. Più difficile, almeno per me, intuire il tipo di alcaloide contenuto nel drink dopo il quale Ridley Scott, Denis Villeneuve & co. hanno deciso di ingaggiare Ryan Gosling nel ruolo di protagonista.

Intendiamoci, io ne ho viste cose che chiunque vada al cinema con una certa intermittenza riesce nel bene o nel male ad accettare. Ho visto Nicholson, DeNiro, Pacino e Caine che con quattro smorfiette e un monologo ben assestato smuovono centinaia di milioni ai botteghini. E ho visto Geraldine Chaplin accettare un ruolo in quello che fu addirittura l’esordio alla regia di filviomuccino. Momenti che, a nostra discrezione, possiamo ricordare o lasciar disperdere per sempre, come una pisciata in piedi sotto la doccia.

Qui non c’era in ballo il seguito di Lallallero-landia o come accidenti si chiama, ma di un FILM che aveva fatto anche dell’espressività dei suoi protagonisti uno dei suoi indiscutibili punti di forza e, dannazione, piazzare Gosling nel ruolo principale è stato nulla meno di un autogol al calcio d’inizio segnato di prima.

L’agente K protagonista di questo sequel è così lontano dalla più sbiadita ipotesi di mimica facciale che se lo avesse impersonato Schwarzie ne avrebbe guadagnato in spessore. L’uomo della strada, qualora sospettasse che io non ami particolarmente Ryan Gosling, ha nuovamente ragione. Ma non è solo questione di preferenze soggettive, il film che tutti abbiamo conosciuto tossiva fuori quella patina di foschia sempre piovigginosa, vapori di street food, ombre ed ombrelli, insegne al neon di laboratori, bettole e casini, gigantovisioni pubblicitarie e chiaroscuri che facevano da sfondo ad una credibile fiaba noir resa tale da dialoghi indimenticabili perché essenziali e convincenti, nonché dai volti degli interpreti che, per trasmettere le incertezze di un universo caotico ed ambiguo, dovevano reggere meravigliosi quanto spietati primissimi piani in cui se sai recitare ok, sennò ti restano sempre i film di arti marziali o l’hardcore. Un poliziesco ambientato altrove nel tempo e nello spazio, crudo senza essere crudele, abile nell’introdurre nella mente dello spettatore questioni universali procedendo a ritroso, dalle conquiste tecnologiche fino alla ricerca di quell’inafferrabile germe che consente ad un qualsiasi individuo di affermare: “io sono”.

Germe con tutta probabilità latitante in Gosling.

Ok, la colpa in fondo non può essere tutta sua, me la prendo con chi lo ha scelto e col cocktail fatale tracannato da Ridley “sono-rinato-col-gladiatore” Scott prima della chiusura del cast.

Perché se c’è qualcuno peggiore dell’agente K in questo sermone, lo troviamo in Jared Leto all’ultimo stadio di cataratta, ahilui, con l’infame compito di non far rimpiangere il ruolo analogo che nel 1982 fu affidato all’incredibile Joe Turkel. Pazzesco, zero charme, manco un barlume d’eleganza e pure violenza gratuita (stavo per scrivere cieca). Mi aspettavo molto da Leto, un artista a 720° camaleontico, istrionico, talentuosissimo ma qui anestetico e anonimo al punto che mi sono ricordato solo ora che c’era anche lui.

Passo falso, chiaro che la produzione ha voluto aggiudicarsi volti sulla cresta dell’onda per attrarre la più vasta fascia di pubblico possibile, col solo risultato di aver sfornato un prodotto interessante esclusivamente dal punto di vista tecnico, sia in quanto a della direzione della fotografia, sia come ambientazioni, scenografie ed effetti speciali, sorprendentemente misurati e adeguati alla narrazione. Nulla più.

C’è da dire che le luci di Roger Deakins compiono un vero e proprio miracolo cinematografico in una delle sequenze a mezz’ora dalla fine del film, nella suite del boss della ex Tyrell in cui si svolge un lungo dialogo tra Jared Leto ed Harrison Ford, altrimenti entusiasmante come un torneo di biliardo trasmesso in tv.

Harrison Ford. Wow, molcio piciouresco, se gli tiri una moneta in faccia te la acchiappa con le rughe.

Un paio di cameucci che di solito fanno esultare gli affezionatissimi ma, almeno per me, non in questo caso.

Vorrei ma non spoilero.

Riguardo le quote gnocca non si resta delusi, io non partivo con grosse aspettative, conscio del fatto che l’assenza delle maestose pupe di 36 anni fa avrebbe pesato non poco sulla riuscita estetica e drammatica di un seguito girato ai nostri giorni.

Tuttavia in preproduzione devono aver pensato che le nozze coi fichi secchi non si fanno, dunque largo alla spettacolare Ana de Armas, forse il vero pilastro in quanto a bravura e bellezza di BR2049, capace di sfoderare molto di quel mistero, una innegabile dolcezza e (brrrr…) quell’UMANITÀ che la mitica Sean Young a suo tempo conferì così magistralmente al personaggio di Rachael. Rachael, che basta ricordare quando abbandonava elegantemente l’interrogatorio di Deckard per capire il grado di perfezione della sua performance, o quando sempre l’indelicato cacciatore di androidi la liquidava dicendole che i suoi ricordi erano solo files trapiantati per fornirle un background totalmente illusorio. La reazione di lei ancora oggi mi squaglia come una crescenza sul barbecue a ferragosto in pieno Sahara. Il personaggio di Joi, interpretato da Ana de Armas, non è certo la stessa cosa ma sa convincere dove il resto del cast arranca. E laddove, guarda caso, si ripropone il tema delle emozioni e dei sentimenti in esseri artificiali che sembrano voler andare ben oltre questo loro status, laddove questi curatissimi “lavori in pelle” sembrano aver varcato, il diavolo sa come, la sfumatissima soglia dell’autoconsapevolezza per reclamare e vedersi riconosciuto uno straccio di identità.

E come non citare Sylvia Hoeks che interpreta Luv, l’assistente del boss della attuale Wallace Corporation (Leto). L’indimenticabile Claire ne “La Migliore Offerta” di Tornatore, qui talmente bella da sembrare finta (va beh, lo dovevo dire), è tanto figa quanto stronza al cubo, praticamente il vero antagonista dell’agente K è lei, ma senza l’oratoria allucinata con cui anni addietro il glaciale Rutger Hauer ci deliziava e ci lasciava a bocca aperta così come rimase Deckard dopo essere stato risparmiato per un soffio. Ancora oggi mi chiedo quali ricordi possano mai essere stati innestati nella zucca del replicante Roy Batty dal suo creatore. A saperlo, ci si caverebbe materiale per uno spin-off di sicuro molto più interessante di BR2049.

Menzione speciale all’ex signora Penn, Robin Wright, qui nel ruolo della tenente Joshi che strapazza e sguinzaglia Gosling a ritirare replicanti. Parliamo di un’attrice ultracinquantenne con un sex appeal formidabile, fin troppo facile essere topacchione fino a trent’anni, arrivate ai 50 e passa serve talento, carisma, fiducia in sé stesse e nel proprio potenziale di seduzione. L’uomo della strada intuisce che fra tutte le altre io inviterei proprio la Wright a visitare la mia collezione di farfalle.

Punto e partita, invito l’uomo della strada a bere qualcosa di forte per dimenticare la sensazione opprimente che mi ha lasciato BR2049, lui accetta e si scola tutto lo scolabile lasciando me al verde e senza purtroppo aver dimenticato nulla dello spettacolo d’arte avariata che al box office sta meritatamente facendo i conti con un pubblico che non ama essere menato per il naso.

Esiste una  bella differenza, non solo nell’accento, fra “chapeau” e “sciapo”.

Sayonara.  Faust

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Nabiki

Amo le cose che non interessano a nessuno, guardo tanta tv ma con un occhio solo, bevo latte e menta, dormo cinque ore a notte, ho quattro carlini in meno di Marina Ripa di Meana.

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