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InFauste recensioni- La ragazza nella nebbia

Post scritto da Il Faust

Come travolto da insolita voracità cinefila in una penombrosa domenica novembrina, acquisto con contante autentico il biglietto ed entro in sala.
E non sarà l’esplosa chioma Hiroshima-style dell’attempata dama sedutasi davanti a me a rovinarmi la percezione visiva del film di Donato Carrisi, pluriplaudito scrivitore, sceneggiatore e giornalista qui al suo debutto come regista alle prese con una storia da lui stesso messa su carta non molto tempo fa.

 

Devo farlo, seppur pieno di preconcetti.

D’altronde come fai a perderti l’ultimo film che ti ricorda come oramai il cinema italiano ricorra ritualmente alla mascherona di Toni Servillo per tentare di acciuffare consensi oltreconfine?

Una ragione esisterebbe, dal momento che la presenza del sornione nonché diversamente espressivo Jean Reno basterebbe a far capire che siamo di fronte all’ennesimo film italiano realizzato col chiaro intento di provare a fargli spiccare il volo, ambientato e girato non a caso in posti prossimi alla frontiera, curiosamente riassunti in una riproduzione in scala del paesaggio su cui la macchina da presa volteggia più volte allo scopo di scandire i passaggi del tempo, soluzione low-cost che a me sembra più una strizzatona d’occhio ai gloriosi ed indimenticabili plastici di Porta a Porta.

 

 

 

 

 

 

 

Idea del volo che riecheggia anche nel nome del detective impersonato da Servillo, Vogel (uccello, in teutonico), volo pindarico dell’ambiguo professor Martini interpretato dal pur bravoccio Alessio Boni nel ricordare ai suoi turpi discepoli e a noi, parallelamente a quanto fa Vogel, che è sempre il cattivo a far girare gli ingranaggi di una storia.

E che la regola d’oro per realizzare grandi romanzi (o malefatte) è copiare, sempre!   

Carrisi, me lo devi lasciar dire: sei un autentico paraculo!

 

E largo all’esegesi del Male, il diavolo che fa le pentole e non i coperchi causa vanità (a che scopo commettere efferatezze se nessuno saprà mai chi è stato?), però si rischia il volo del tacchino, che infatti rovina disastrosamente sulla dura aia nel momento in cui l’autore ci suggerisce che la vera entità malefica è quella mediatica quando sento affermare che occorre santificare la vittima e trovare un colpevole prima che sia rinvenuto il corpo, che sovrano è il pubblico nel bramare il torbido, pronto a puntare il dito contro l’indiziato, disposto a cibarsi di perverse crudeltà per alleggerirsi delle proprie… Solo io ci vedo una sorta di pasticciatissima fiera dell’ovvio?

 

Intervallo (graditissimo) con pausa latrina e sigaretta d’ordinanza spenta a seconda parte già iniziata, e qui sono giunto a sintetizzare il principio per cui più ci si scapicolla per uscire dalla sala alla comparsa della scritta “intervallo”, tanto prima lo stesso intervallo finirà.

 

Così vago, rabdomando al buio pesto il mio sudato posto, preciso di fronte a radioactive Lady e alla sua permanente che permane ostile sull’angolo destro basso dello schermo, come un logo televisivo in sovraimpressione.     

A questo punto avrei anche potuto evitare di sostare ulteriormente nella sala traccagnotta ma dignitosa che programmava La Ragazza nella Nebbia, ma dato che sei euro è sempre il prezzo di un buon polletto arrosto della Coop, ho deciso di attendere con muso oblungo il dipanarsi della vicenda.

 

Che si dipana, oramai, con l’unico stratagemma di provare a collegare, forzatamente, depistaggi, colpi di scena, azioni apparentemente insensate, flashback e quant’altro col solo risultato di lasciare tristemente inesplorati alcuni personaggi che ci vengono presentati inizialmente per poi cadere nell’oblio.

E ve ne sono almeno tre o quattro, ma tanto chi si ricorda quali?

Cito solo a memoria Michela Cescon poliziotta, che riesce ad essere persino più antipatica di Servillo, tuttavia non se ne comprende mai il perché, così come il braccio destro di Vogel interpretato da Lorenzo Richelmy, che dal punto di vista dell’approfondimento caratteriale è un “boh” assoluto.

Tattica fuorviante del regista? Perfettamente riuscita, infatti ho iniziato a pensare a quello che dovevo sbrigare l’indomani, piuttosto che continuare a seguire il film.

 

Evito commenti riguardo il potere dei media sull’opinione pubblica che condanna o assolve in base a ciò che la stampa diffonde, sulla giustizia che non fa audience, sulle indagini televisive più importanti di quelle ufficiali.

Trovo che nel mettere questo scenario di indiscussa attualità al centro della vicenda, Carrisi abbia buttato più di una succulenta occasione nel calderone del banale, cosa che con tutta probabilità potrebbe aver fatto anche nel libro, che non ho letto, che non leggerò.

 

Resta il fatto che il film in sé punge, ragiona, attrae, prude, annaspa, ferisce, sguscia, applaude, boccheggia, scava, esplora, inciampa, strappa, sbadiglia e quando occorre prepara anche un bruciabudella fumante o una qualche specialità südtirolese, poi ad un certo punto, toh, si conclude sul serio, in barba al fatto che tutto debba per forza sempre e solo trasformarsi.

No, FINISCE, cosicché la confraternita di sette donne sedute nella fila di fronte alla mia, annoverante il fungo atomico stagliato sullo schermo durante i miei 127 minuti di visione, si alza dalle poltrone scambiandosi sorrisi, smorfie, stiracchiamenti, stropicciate d’occhi mentre organizza ronde e perlustrazioni per accertare che nulla sia caduto per terra dalle enormi borse (che occupavano ulteriori sette posti), infine si dirige verso l’uscita, dissolvendosi poi lentamente in un’appiccicosa nebbiaccia cittadina che solo dopo numerosi passi delle placide comari è riuscita ad inghiottire per intero anche la sagoma minacciosa della permanente nucleare.

 

W il disarmo.

Faust.

 

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Nabiki

Amo le cose che non interessano a nessuno, guardo tanta tv ma con un occhio solo, bevo latte e menta, dormo cinque ore a notte, ho quattro carlini in meno di Marina Ripa di Meana.

3 thoughts to “InFauste recensioni- La ragazza nella nebbia”

  1. Io invece… letto e terminato. Recensione in qualche rigo: ciò che appare delle persone (e nel libro…i vari protagonisti) fuori, assolutamente non è.
    Si conclude addirittura con un colpo di teatro… che definisco esagerato; ed è lì che lo scrittore quasi cade. Il troppo “stroppia”. O per altro… una realtà che non lascia speranze nel suo invisibile scorrere, perché impossibile da ri-conoscere.

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