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InFauste recensioni- Lazzaro, sdraiati e cammina!

Post scritto da Il Faust

Con gli auricolari che mi intimavano “Hey Lascia Entrare Ascaniho dall’Hotto di Gennhaio!”, mi sono catapultato al primo multisòla fuori regione guidando contromano dalla gioia.
Miracolosamente, l’unico scontro è stato quello con l’amara realtà, nella fattispecie, il thrillerino che volevo gustarmi era già stato tolto dal programma.
Incredulità, sbigottimento, delusione, cessazione del polso, pulsazione del cesso, senso di
imbecillità per aver consultato solo l’almanacco del giorno prima.
Mi restavano pertanto 2 opzioni:
1 – attaccarmi al tram e tornare mesto a casa;
2 – attaccarmi al tram e ripiegare su quello che passava il convento.
Una terza opzione prevedeva di rimanere furioso ad assiderarmi fuori dal cinema, associando a squarciagola le principali divinità delle religioni monoteiste a specie animali e/o malattie sessualmente trasmissibili, il che comunque sarebbe equivalso all’attaccarmi al cazzo e rimanerci fino al disgelo cosicché, superato il conflitto psichico e scosso dalla degradante visione in cui una squadra di netturbini tentava di rimuovere me ghiacciato attaccato ad una cippa, ho affrontato quello che credevo fosse il male minore.
Escludendo drammoni rosa, cartoons in CGI, supereroi, gli ultimi starnazzi dei cinepanettoni e l’ennesima flatulenza di Sidney Sibilia, mi casca l’occhio sulla rassicurante calvizie del protagonista de Gli Sdraiati, Claudio Bisio, e scelgo la commedia aspettandomi una commedia, magari intellettualmente frizzante e agrodolce, che so, alla Virzì (con cui la Archibugi hacollaborato)…
Giunto con inaudito ritardo alla biglietteria chiusa da 10 minuti, il funzionario addetto al rilascio dei titoli di visione mi scruta pigro riemergendo dal suo passato di macellatore di yak in Bhutan e mi rilascia un ticket anonimo, ringrazio per abitudine, volo verso le sale, la maschera mi afferra il sudato documento trattenendolo per sé e spiegandomi con fare quasi civettuolo che possoliberamente “sdraiarmi” dove voglio.

 

Sorrido alla necessaria battuta sfoderando un’espressione a metà fra Bombolo e il clown Pennywise.
Entro.
Siamo ancora in pubblicità, e fra gli spot di un kebabbaro di Orte Scalo e di un gommista di Vetralla
mi imbatto in un coglionazzo sulla cinquantina che sproloquia in piedi al cellulare aggiornando me
e gli altri quattro spettatori in sala sulla sua situazione sentimentale e sul ménage domestico.
Deduco che si tratta di due cose per lui rigorosamente distinte.
All’apparire del logo Lucky Red il plebeo non desiste fin quando da una delle file posteriori
un’eroica voce tuona: “Ahò, da Marte non t’avemo sentito!”.
92 minuti di applausi, fuochi d’artificio, etc.

Scorrono inesorabili i minuti di film.
Se Michele Serra rappresentava una garanzia per il soggetto (suo è il libro, sua la potenza e la gloria
nei secoli), la regia della Archibugi si è rivelata l’equivalente della garanzia bell’e scaduta.
Come introduciamo i personaggi di questo insostenibile psicodramma sul conflitto intergenerazionale?
Con ripetute scorribande in bicicletta precedentemente rintracciabili solo in E.T. l’Extraterrestre, dunque tutti aspiranti suicidi i millennials del centro di Milano, come no?

E passiamo oltre.

 

 

Il padre divorziato Giorgio Selva impersonato da Bisio, giornalista conduttore di un talk show, tanto famoso quanto perculato non tanto dal figlio Tito, quanto dalla gang di amici che Tito regolarmente gli porta in casa, appare come un poveraccio succube dell’incomprensibile caos che quel branco di fancazzisti coetanei del figlio gli combina sotto gli occhi.
Il film indugia troppo su un aspetto di Bisio che conosciamo bene, ossia quello di saper interpretare ANCHE la parte del tontolone cui gli eventi sfuggono di mano, ma se l’intento era quello di alleggerire lo spettatore dalle pesantezze di un collasso generazionale, il risultato è quello di macerarne le gonadi con scenette insostenibili, ti viene quasi di alzarti dalla poltrona e gridare “Bisio, cazzo, rialzati, bestemmia, mena!”.

Quattro calci in culo e via i parassiti dal divano, maledizione, sei un benestante con un matrimonio concluso che ha ancora la fortuna di riuscire a stare con suo figlio, di vederlo crescere, come fai a farti mettere sotto così?
Idioti integrali come quelli che frequenta il figlio del protagonista sono credibili solo in contesti molto più disagiati, culturalmente ed economicamente, a me una rappresentazione di questo tipo sembra un vero e proprio insulto ad una generazione sicuramente indolente per sua natura, ma che non tocca mai livelli simili.
Forse la farò fin troppo facile in quanto non-genitore?
Può essere.
Sti cazzi!

Il punto è che il talento inesauribile di Serra scrittore cozza con una regia piatta come la Flat Earth
Society, la recitazione non aiuta nemmeno nel caso del povero Cochi Ponzoni che interpreta l’ex
suocero tassista, addirittura riesce a infastidire – e non poco – come nel caso dell’ex amante di
Giorgio Selva interpretata da Antonia Truppo, qui letteralmente al limite dell’orticaria ad ogni battuta e ad ogni espressione.
Aggiungiamo pure un paio di timidi voli di drone per tentare di recuperare in immagini quel rapporto uomini-natura che il libro elogia e che nel film sembra finito nel tritadocumenti?
Fatalmente è come rendersi conto che l’oste al vino ci ha messo l’acqua, col vino già in aceto.
Michele Serra scandaglia con maestria tematiche interessanti che purtroppo nel film vengono restituite in chiave ora macchiettistica, ora nichilista, tralasciando il significato profondo di alcuni punti del testo e, come avviene da tempo ormai in tutto il cinema italiano, senza una reale volontà di OSARE con le immagini.

Basti pensare alla scena di Tito sul tetto della scuola, nel film quella scena è totalmente scollegata dalla sequenza finale, risultando funzionale solo alla consequenzialità della narrazione, mentre nel libro offre una splendida immersione nelle dinamiche della metamorfosi del giovane Tito.
Una scena-chiave così densa di significato totalmente sprecata, un tiro fuori campo a porta vuota.
Come sprecata è Sandra Ceccarelli nella parte della ex moglie di Giorgio Selva, la madre di Tito, praticamente un doloroso cameo.
Alice, la funerea fidanzatina che prova ad estrarre Tito dal suo bozzolo, è un bozzolo lei stessa, impenetrabile come le paratie di un sottomarino, altro motivo di imbarazzo per il bistrattatissimo Bisio e, come ben sa chi conosce la storia, elemento di rottura nelle dinamiche dei personaggi.

E con gli elementi di rottura direi che basta, frequentavo le medie quando ho amato alla follia Mignon è Partita, film con cui Francesca Archibugi ha esordito dietro la macchina da presa, un lavoro originale che descriveva mediante una serie di azzeccati intrecci, di bei dialoghi ed ottime immagini gli attriti della maturazione, dei passaggi tra i diversi stadi della vita, dell’incompatibilità tra ceti sociali diversi.

Trent’anni dopo, eccola alle prese con argomenti analoghi ma palesemente indecisa tra realizzare un film riuscito male ed un film riuscito malissimo.
Dopo sta cagata copro-dotta da Rai Cinema mi viene una voglia irresistibile di esaltarmi rivedendo Incompreso di Comencini ma nel frattempo sfogo la colossale frustrazione viaggiando fino a casa in retromarcia.
Se per caso desiderate espiare i vostri peccati passati e futuri, Gli Sdraiati è il film per voi, ne uscirete turbati, regrediti, destabilizzati, camminando come scafati cowboys a causa dell’indimenticabile atto di sodomia appena subìto.

Pentitevi!

Faust

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Nabiki

Amo le cose che non interessano a nessuno, guardo tanta tv ma con un occhio solo, bevo latte e menta, dormo cinque ore a notte, ho quattro carlini in meno di Marina Ripa di Meana.

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